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La riforma del terzo settore per il futuro delle comunità generative

Scritto da: Iris Network | Pubblicato il: 10 ottobre 2017

In occasione della XV edizione del Workshop sull’impresa sociale, Federico Zappini (Impact Hub Trentino) ha intervistato Claudia Fiaschi, portavoce del Forum Nazionale del Terzo settore, sollecitandola sugli sviluppi a cui può portare la riforma del terzo settore. L’intervista è stata pubblicata anche sull’Albo del Workshop.

La cassetta degli attrezzi da rinnovare.
La riforma del terzo settore per il futuro delle comunità generative.
Intervista a Claudia Fiaschi

Partiamo dalla Riforma. Cosa significa dal punto di vista operativo e cosa invece sul piano culturale, nel’interpretazione del ruolo del terzo settore? Quali sono le partite aperte – quelle per l’ultimo miglio – una volta letta e interpretata la nuova normativa?

Sul piano operativo la Riforma introduce molti aspetti che porteranno a dei mutamenti, alcuni dei quali sono all’ultimo miglio perché per essere definiti avranno bisogno dei decreti attuativi. Sono circa una trentina quelli in attesa di definizione. Per alcuni ambiti si intuiscono i possibili cambiamenti, ma bisogna attendere che siano normati in maniera specifica.

Il primo dato rilevante è che il campo degli enti del terzo settore si è allargato e ora vi entrano a pieno titolo fondazioni e imprese sociali, configurando un quadro dei protagonisti che assume una dimensione diversa e più vasta. Tra gli aspetti più significativi c’è l’istituzione del Registro Unico Nazionale, che andrà a razionalizzare la moltitudine degli altri registri presenti nella configurazione attuale del settore. Si tratta di una semplificazione importante, soprattutto per i tanti enti che operano a livello nazionale, non solo regionale. L’iscrizione al Registro Unico non sarà obbligatoria, ma indispensabile per coloro che vorranno accedere ai vantaggi e alle opportunità previste dalla nuova norma.

Altre novità riguardano la trasparenza e la rendicontazione degli Enti di terzo settore: sono previsti infatti diversi strumenti che garantiscono l’accountability, come il bilancio sociale, la pubblicazione sul sito degli emolumenti corrisposti a dirigenti e associati, un organo di controllo interno obbligatorio. C’è inoltre da guardare con interesse il fatto che, oltre alle risorse – diventate strutturali – per finanziare progetti sia del volontariato che dell’impresa sociale, sono immaginati strumenti finanziari dedicati al terzo settore e vantaggi fiscali per le organizzazioni iscritte al Registro. E’ poi previsto il rafforzamento delle reti associative in quanto strumento per superare la frammentarietà degli ETS e promuovere comportamenti etici e responsabili attraverso processi di autocontrollo. Da non dimenticare, infine, il lavoro per il riordino dei centri per il servizio al volontariato e la previsione di un finanziamento – anche in questo caso strutturale – a tali organizzazioni a supporto organizzativo e gestionale degli enti di volontariato e del terzo settore.

Oltre a questi aspetti tecnici, siamo di fronte a un passaggio culturale di portata epocale. Il fatto di vedere riconosciuto il mondo del terzo settore come un soggetto che fa parte del panorama delle organizzazioni e della società civile, e a cui viene attribuito un ruolo fondamentale nella costruzione di un modello di sviluppo più inclusivo e sostenibile, rappresenta indubbiamente un grande passo in avanti. Stiamo parlando di soggetti con decenni, in alcuni casi centinaia di anni, di esperienza alle spalle. Esperienza che ha contribuito all’infrastrutturazione sociale del nostro Paese.

Insomma, il riconoscimento necessario per un settore che conta secondo le ultime stime 300mila associazioni, un milione di lavoratori e quattro milioni di volontari. Una comunità rilevante attraverso l’opera di mantenimento dei fragili equilibri della società e dell’economia italiana. Come è cambiato il ruolo di questo variegato arcipelago di soggetti e quali sono i tratti di maggiore innovatività che ha saputo esprimere negli ultimi anni?

Questi ultimi anni da un lato hanno evidenziato gli elementi di valore offerti dal terzo settore per quanto riguarda la coesione sociale e la tenuta delle comunità. Dall’altro ci hanno mostrato come stiano emergendo nuove forme di partecipazione civile e sociale. Per quanto riguarda il primo punto, c’è da dire che l’Italia porta con sé una storia secolare di associazionismo – cattolico e laico – ma negli ultimi anni la sua funzione, che è sempre stata e continua ad essere sussidiaria a quella dello Stato nel rispondere ai bisogni delle comunità, si è rafforzata, così come si sono innovate le sue forme e modalità di intervento. E’ questa la conseguenza del progressivo indebolimento dello stato sociale a cui abbiamo assistito negli ultimi trent’anni.

Riguardo al secondo aspetto, invece, che riguarda la partecipazione sociale e civile, la crisi ha reso evidenti i limiti dei modelli che nascevano dentro paradigmi di un contesto sociale oggi già superato. Oggi, infatti, le nuove generazioni portano avanti un nuovo modo di pensare lo sviluppo e generare partecipazione, promuovendo la socialità attraverso strumenti, come le piattaforme tecnologiche, diversi da quelli tradizionali. Tutto questo cambia la realtà a cui siamo abituati e riguarda da vicino anche il terzo settore. L’importanza della riforma, in riferimento a questo aspetto, sta nel dare riconoscimento alle nuove forme partecipative dei giovani.

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Il nuovo codice tenta di riordinare la normativa “al fine di sostenere l’iniziativa dei cittadini che concorrono, anche in forma associata, a perseguire il bene comune, a elevare i livelli di cittadinanza attiva […]”. Obiettivi alti, valori di riferimento che rendono questa premessa tanto solenne quanto ambiziosa. In questo tempo – segnato anche da forme di forte discredito nei confronti del mondo cooperativo o nell’ultimo periodo persino delle ONG impegnate nel salvataggio dei migranti – quanto è importante il lavoro del terzo settore nel garantire una sufficiente consapevolezza per la costruzione di una società più equa e inclusiva?

Nessun pezzo di terzo settore può sentirsi al riparo da preoccupazioni reputazionali e libero dal doversi confrontare con la verifica della qualità del proprio intervento. L’impegno per la difesa del “buon” terzo settore e la promozione per far sì che questo sia più visibile e rappresenti la maggioranza degli enti rimane un tema centrale. Penso che la Riforma – in particolare per gli aspetti che riguardano l’accountability – si ponga l’obiettivo di definire un sistema regolato anche in termini di trasparenza e riconoscibilità. C’è bisogno di rimettere al centro l’impegno quotidiano di tantissime persone che si svegliano la mattina e dedicano del tempo, gratuito o professionale, all’interesse generale, offrendo un contributo fondamentale per far fronte alle principali paure umane: quella della morte, della solitudine, del dolore, della povertà ecc… Tutto ciò viaggia di pari passo con la necessità di trasformare il mondo del terzo settore in una realtà sempre più chiara e trasparente anche in relazione alle risorse pubbliche utilizzate. L’impegno al controllo e alla valutazione contenuto nel nuovo codice va in questa direzione. E’ altrettanto chiaro che la qualità del ruolo del terzo settore non può emergere esclusivamente da meccanismi di vigilanza, ma cammina sulle gambe di organizzazioni che si dotano di strumenti adeguati alle sfide, prendendosi degli impegni precisi che sappiano rendere giustizia al lavoro di chi ogni giorno tenta di trasformare il mondo che abitiamo, rendendolo un po’ più giusto e inclusivo.

Uno dei capitoli più rilevanti della Riforma è quello dedicato al riconoscimento del ruolo (più attivo e in ogni caso non retribuito) dei volontari e dei giovani in Servizio Civile. E’ un bene che queste figure trovino un inquadramento più preciso, ma non si rischia che si faccia del volontariato e del Servizio Civile una sorta di esercito di scorta per l’attività che dovrebbero svolgere le strutture del terzo settore attraverso i loro interventi professionali?

Il rischio, a mio parere, è che questa grande occasione di formazione alla cittadinanza attiva per i giovani che è il Servizio Civile, risulti indebolita dal fatto di essere oggi una delle poche politiche strutturali di sostegno all’occupabilità. Il problema, comunque, non credo risieda nella volontà delle organizzazioni di terzo settore, le quali possiedono tutti gli strumenti per far sì che il Servizio Civile rappresenti un’opportunità di grande valore formativo in termini di cittadinanza attiva. Il Servizio Civile, oggi, mobilita un numero significativo di giovani, che lo riconoscono come uno dei ponti di avvicinamento al mondo del lavoro. Non si tratta certo di un limite del Servizio Civile quanto, semmai, della politica generale del nostro Paese, tema che non è al centro di questa intervista ma che è bene tenere sullo sfondo. Per far sì che il Servizio Civile abbia la funzione che deve avere – cioè avvicinare le generazioni emergenti alla solidarietà e alla partecipazione – è necessario investire nella formazione dei giovani, ricreando o riattivando luoghi e occasioni per loro, nell’ottica di costruire e motivare la partecipazione civile.

Gli enti del terzo settore, attraverso le loro proposte formative e promozionali, hanno oggi anche il compito di contribuire alla crescita di nuove generazioni di buoni cittadini. Infatti è innegabile – anche per un invecchiamento generale della popolazione – che la componente più numerosa del corpo di volontari italiani siano i più anziani, e che i giovani si avvicinino al volontariato e alla partecipazione in forma diversa, con azioni più dinamiche (basti pensare al mondo della sharing economy) legate spesso all’impresa sociale, cioè a uno strumento che è in grado di coniugare istanze di partecipazione e inclusione con istanze di sviluppo economico e valorizzazione professionale.

Buone pratiche (spesso ottimamente raccontate) e parallelamente la difficoltà di farle diventare paradigma, ecosistema integrato e diffuso, sufficientemente generativo e sostenibile. Se dovesse scommettere due euro su un fenomeno – magari oggi solo emergente – destinato a modificare lo scenario dell’impresa sociale e generare effetti di sistema, su cosa li punterebbe?

Sicuramente punterei su tutti i processi d’innovazione sociale promossi dalle nuove generazioni, frutto della necessità di conquistare spazi e immaginare nuovi modi per generare cambiamento sociale. Il tema dell’open innovation è certamente una strada interessante, che ancora non sta producendo i risultati che ci saremmo aspettati, ma che a mio avviso contiene gli ingredienti del futuro. Rimane infatti la stella polare per un’evoluzione aperta, un sentiero di cambiamento che sarà capace di integrare strumenti, modi di pensare, competenze ed energie e che potrà valorizzare il ricambio generazionale anche all’interno delle organizzazioni di Terzo settore esistenti. Sicuramente troverà soluzioni diverse da quelle tradizionali, ma darà spazio al talento delle nuove generazioni che hanno bisogno di interpretare in modo innovativo il proprio ruolo per il futuro.


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