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Nuovo capitale sociale per nuovi modelli di sviluppo

Scritto da: Iris Network | Pubblicato il: 20 ottobre 2017

In occasione della XV edizione del Workshop sull’impresa sociale, Federico Zappini (Impact Hub Trentino) ha intervistato Carlo Borgomeo, presidente di Fondazione Con il Sud. Nell’intervista – pubblicata anche sull’Albo del Workshop – si sottolineata l’importanza di nuovi modelli di sviluppo, non tralasciando il ruolo che i territori del Sud hanno in una prospettiva globale.

Altri occhi per un altro Sud
La coesione sociale come condizione necessaria dello sviluppo possibile
Intervista a Carlo Borgomeo

Partiamo da un primo dato di contesto. Cos’è oggi il Sud? Se parliamo di ultimo miglio – come ispirati dal titolo dell’edizione 2017 del Workshop sull’impresa sociale – il Sud sembra non riuscire mai a raggiungerlo davvero o se lo sta percorrendo questo tratto di strada si sta rivelando più lungo e complicato del previsto. Eppure la sensazione – non priva di contraddizioni – è quella di essere di fronte a un territorio che porta dentro di se eccellenze di capitale sociale che faticano a essere messe a valore, non solo sul piano economico. Che idea si è fatto di questa situazione?

L’idea che mi sono fatto è che il Sud abbia in realtà un forte deficit di capitale sociale. Dico questo sapendo di contraddire in parte il senso della domanda. Il capitale sociale del Sud è – escluso qualche territorio con importanti esperienze comunitarie – fortemente insufficiente. La questione vera quando parliamo di Sud è strettamente collegata all’offerta politica. Gli interventi, anche quelli più recenti (il tentativo di favorire l’autoimprenditorialità, incentivi vari, le zone franche, ecc.), sono ancora figli di una cultura che descrive il divario del Sud in termini quantitativi: limiti di PIL, di reddito, di occupazione. Io credo invece che dovremo abituarci a considerare il vero problema del Sud in base alle condizioni civili. Mi piacerebbe vivere abbastanza per essere testimone di un ragionamento che si interroga sul divario Nord/Sud che inizi parlando dei posti disponibili negli asili nido, del numero di strutture che possono accogliere gli anziani, dalla presenza di opportunità per i giovani in situazione di disagio. Lo dico perchè a mio avviso dobbiamo convincerci che il sociale viene prima dell’economico, anzi l’economico non riesce ad attecchire se non da una base sociale solida.

Vorrei sottolineare che guardando ai diversi Sud che conosciamo, arriviamo a definire una nuova gerarchia. Il Sud “migliore” non è oggi quello più ricco ma quello in cui si trovano condizioni – di relazioni sociali, di attivazione civica – più avanzate. Oggi Taranto, con i suoi grandi progetti calati dal centro, sta più indietro della zona di Lecce, che quegli interventi – così invasivi e pesanti – non li ha avuti e ha dovuto investire in altre direzioni. Al Sud emerge la necessità – benchè si continui ad agitare il mantra infrastrutturale – di rovesciare il paradigma con cui abbiamo lavorato in precedenza. Prima viene il sociale e poi l’economico.

Sono parole di un manager che un tempo si sarebbe definito illuminato, ma pur sempre un manager. Consapevole della necessità di far incontrare impresa e sociale valorizzando così entrambe le componenti. A che punto è questo mescolamento di mondi e in che punto diventa davvero efficace? Cosa manca perché possa davvero esserci un salto di qualità dell’impresa sociale?

Credo ci sia un primo segno evidente. Lo schema dominante fino a oggi è in crisi. È saltata la forma con cui eravamo abituati a considerare il welfare, inteso come espressione risarcitoria. Un welfare che serviva a compensare o almeno ad attenuare gli inevitabili effetti di diseguaglianza prodotti dal modello di sviluppo. Sappiamo tutti che questo meccanismo non regge più, non solo dal punto di vista quantitativo. Risulta essere in crisi – per fortuna – anche quella strana concezione, maggioritaria fino a quindici anni fa, che affermava che le diseguaglianze fossero addirittura preziose e necessarie per creare sviluppo. Sembra non reggere più lo schema che governava il mondo.

Sulla base di questa prima grande trasformazione succede che profit e non profit, fino a questo momento fermi sulle proprie posizioni, non possono più semplicemente proseguire sulla strada percorsa fino ad ora. Si hanno quindi due fenomeni speculari. Da una parte il non profit si interroga sempre di più sulla dimensione imprenditoriale del proprio agire, ragionando del proprio modello di sostenibilità, di una gestione più precisa dei conti, di una competenza anche finanziaria. Dall’altra parte l’impresa – magari a volte anche con iniziative un po’ scomposte, in parte anche ambigue – sta percorrendo una strada che la avvicina al non profit, a riflessioni sull’impatto sociale delle proprie iniziative. Ci siamo inventati – proprio per aiutare questo movimento – il low profit oltre vari meccanismi che pongono l’accento sul valore sociale degli interventi sul territorio.

Attenzione però a non far scattare un corto circuito. Entrambe le tendenze in atto sono da incoraggiare, in nome di una sana ibridazione che però dobbiamo essere attenti a non forzare. Dobbiamo accompagnare i due percorsi che potrebbero trovare un interessante punto di convergenza (punto che non so definire per il momento). Sarebbe però pericoloso tentare immediatamente di raggiungere il punto di fusione dei due percorsi.

Nel manifesto del Workshop 2017 si sottolinea che una delle sfide aperte è quella di “contribuire a un nuovo modello di sviluppo”. Un tema politico, oltre che sociale e culturale, nel quale sono sempre più coinvolti enti (penso a Compagnia di San Paolo, Fondazione Cariplo e voi) che sembrano talvolta esercitare un ruolo di supplenza di un settore pubblico assente o in difficoltà. Quali sono le opportunità – e parallelamente i rischi – di uno scenario che veda le fondazioni come attori “pesanti”, attivi non solo nel finanziamento ma anche con un contributo alla definizione delle policy?

Mi sembra che siamo di fronte a un fenomeno abbastanza diffuso, soprattutto dove le fondazioni sono particolarmente forti. In Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e in parte Toscana – lì dove le dimensioni delle fondazioni sono importanti – oggettivamente queste si fanno carico di una parte del finanziamento dei servizi sociali in modo quasi strutturale. Si tratta di operazioni importantissime, ma proprio la caratteristica strutturale è quella che maggiormente deve farci riflettere. Io penso siano molto importanti tutte le iniziative che le fondazioni stanno promuovendo per coinvolgere il Pubblico nel co-finanziamento di interventi nel welfare affidandone la progettazione e la gestione a soggetti del terzo settore. Siamo di fronte in questo caso a uno scarto culturale straordinario, nel momento in cui le fondazioni – anche se ricche – non possono avere un ruolo di sostituzione ma di provocazione in direzione di modalità diverse di intervento. Questo discorso vale per il sociale, così come per la cultura o per la ricerca. Sarebbe sbagliato immaginare un ruolo di tipo strutturale che si ponga in alternativa al settore pubblico per le fondazioni, mentre invece è auspicabile un compito sussidiario e di accompagnamento.

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Attivatori e connettori di comunità quindi. Fondazione con il Sud – non solo motivi di necessaria trasparenza – comunica moltissimo le proprie progettualità e i risultati raggiunti. Un esercizio decisivo in un periodo dominato da fake news e da diffuso rancore nei confronti dell’Altro da sé. Fenomeni che trovano combustibile pronto all’uso dentro e fuori il web, inquinando in profondità le faglie della comunità e della convivenza. Proprio le comunità sono il vostro interlocutore privilegiato e la loro messa in rete sembra essere per voi un obiettivo decisivo. Come ci si muove nella direzione di una sempre più capillare costruzione di infrastruttura sociale, diffusa e consapevole?

La risposta è molto complessa e lo diventa ancora di più se si pensa che Fondazione con il Sud ha un volume di risorse erogabili che sono davvero poca cosa rispetto all’ampiezza del territorio con cui ha a che fare. La scelta iniziale dei fondatori fu molto lucida e cioè – partendo da risorse limitate – porsi due obiettivi. Il primo di mettere in campo un intervento totalmente trasparente, senza opacità di nessun tipo e sottratto a logiche assistenziali. Il secondo di finanziare una serie di progetti che avessero capacità di sviluppare comportamenti emulativi, favorendo la messa in gioco di diversi soggetti, fuori dagli schemi del passato. A dieci anni dalla nascita della Fondazione, pur rimanendo insufficiente la mole delle risorse, posso rispondere meglio alla domanda che mi si pone. I progetti che sosteniamo sono “solo” buone pratiche, esempi da seguire, oppure sottolineano che il nostro intervento ha un forte connotato politico, con l’idea di poter dimostrare che lo sviluppo del Sud passa attraverso l’infrastrutturazione sociale? Nello statuto della Fondazione si dice che essa lavora “nella convinzione che la coesione sociale sia la premessa irrinunciabile allo sviluppo economico”. Come farlo? Intanto selezionando bene i progetti, puntando su quelli capaci di autosostenersi. Circa i due terzi di quelli fin qui finanziati viaggiano ora senza il nostro aiuto, sopravvivendo al venir meno della nostra spinta economica. Inoltre tentiamo di dimostrare che quella che noi affrontiamo è la strada giusta per lo sviluppo in termini complessivi.

Queste riflessioni sono ancora ampiamente minoritarie ma stanno crescendo, così come sta crescendo la consapevolezza che i veri interventi necessari al Sud sono quelli che mettono insieme le forze del terzo settore, che sviluppano il capitale sociale, che fanno lavorare in partenariato, che partano da meccanismi che premiano i soggetti locali. Le imprese – di conseguenza – nascono lì dove il territorio è abitato da una comunità capace di accogliere. Non si fa impresa nelle periferie di Napoli, se non imprese che non hanno bisogno del contesto. L’esperienza dimostra che, al contrario, se il territorio è ostile l’impresa non nasce. Quindi proprio perchè sono interessato allo sviluppo economico ho bisogno di investire nel sociale.

Dal locale al globale. Ad una crisi sistemica devono corrispondere soluzioni capaci di determinare una trasformazione altrettanto radicale. Un cambio di paradigma, la ricerca di un nuovo equilibrio. Lei ha rivendicato la “lentezza dei processi”, dicendo che “prima viene al coesione sociale e da lì si può immaginare lo sviluppo”. In un mondo ipervelocizzato – che tende a escludere più che a includere – sembra però un approccio ancora minoritario, residuale. Che ne pensa?

Rivendico la lentezza come elemento distintivo rispetto a sessant’anni in cui tutti gli interventi per il Sud sono state presentate come decisivi e immediatamente risolutivi. Due anni, tre anni di tempo per decine di miliardi di fondi strutturali. Risolviamo subito il problema, si diceva. Non è successo niente. Io penso che sia indispensabile un cambio di paradigma. Sono consapevole che non è una cosa che si fa rapidamente.

Per quanto riguarda la crescita economica. Sappiamo che ha i suoi ritmi, le sue dinamiche. Siamo colpiti dalla potenza dei flussi internazionali. Costantemente questa logica manifesta limiti e contraddizioni di governo enormi. Queste nostre riflessioni – magari disordinate – non vanno viste come un intralcio a quel meccanismo, comunque in crisi, ma come una risposta ai limiti enormi di quell’idea di sviluppo economico.

Se apriamo i quotidiani la sensazione è che le riflessioni legate all’ipotesi di un cambio di paradigma siano del tutto minoritarie, da addetti ai lavori, e talvolta neppure del tutto definite e lineari. Il vero dato, però, è che oggi quelli che se ne occupano sono molti più di quanti lo facevano fino a ieri. Prima c’era qualche poeta o qualche illuso mentre ora sono moltissimi a ragionare attorno a modelli alternativi.

A questo proposito – senza voler essere inutilmente enfatico – un documento tanto convincente, non rispetto all’ambiente ma alla crisi del sistema, quanto l’enciclica “Laudato sì” di Papa Francesco non l’ho trovato. E dentro c’è anche una base ideologica in direzione del mutamento del paradigma.

I segnali di debolezza rispetto a un modello che non potrà essere riproposto a livello planetario sono di tipo oggettivo. Nessuno può pensare che questo modello di sviluppo possa valere per l’intera comunità mondiale. E allora? Le riflessioni che noi proponiamo non sono un granello nel meccanismo che ne impediscono la naturale progressione. È il contrario. È il tentativo di mettere in campo ipotesi diverse rispetto alle palesi incongruenze del modello fino ad oggi dominante.


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