Le sperimentazioni di Nesta Italia per abilitare un’intelligenza collettiva

Scritto da: Iris Network | Pubblicato il: 27 giugno 2018

Nata lo scorso ottobre a Torino dalla collaborazione tra Nesta – la principale fondazione privata per l’innovazione del Regno Unito – e Compagnia di San Paolo, Nesta Italia intende portare nel mondo del Terzo settore italiano un nuovo approccio per la soluzione di problematiche sociali.

Paolo Campagnano, presidente di Impact Hub Trentino, ha intervistato Marco Zappalorto, direttore di Nesta Italia.


Puoi raccontarci brevemente come ti sei avvicinato al mondo di Nesta e qual è stato il tuo percorso professionale fino ad oggi?

Nel 2007 mi sono trasferito nel Regno Unito e nel 2008 a Londra, dove mi sono specializzato in politica economica presso la London School of Economics and Political Science. Qui ho svolto un periodo come ricercatore, per poi lavorare alla Camera di Commercio di Londra e quindi presso una startup che si occupava della risoluzione di problemi organizzativi in chiave innovativa attraverso delle “challenges”.

A Nesta sono approdato nel 2011, prima come ricercatore, e poi come co-fondatore del Challenge Prize Center dedicato alla gestione dei “challenge prize” (competition in forma di sfida per trovare soluzioni innovative a determinati problemi) che pensiamo possano avere un ruolo  strategico nell’implementazione e nel supporto all’innovazione. Il team è cresciuto molto velocemente fino a diventare un centro di eccellenza a livello internazionale, arrivando a gestire più di 30 progetti in 6 anni (il più grande da 10 milioni di sterline).

Nel 2016 mi è stata assegnata la direzione dello sviluppo europeo di Nesta; dopo la Brexit abbiamo deciso di dare un segnale molto forte alla comunità internazionale aprendo una sede fuori dal Regno Unito. Nel 2017 abbiamo quindi iniziato l’avventura italiana a Torino, con un partner di eccellenza come Compagnia di San Paolo.


In questi primo periodo di attività, che differenze hai osservato tra Italia e Regno Unito in termini di ecosistema dell’innovazione?

Scegliendo l’Italia come sede della nostra prima esperienza internazionale, abbiamo voluto scommettere su un Paese che fosse in qualche modo rappresentativo dello scenario europeo, sia in termini di problematiche sociali (comuni a molti Paesi EU) – disoccupazione, sanità, welfare, flussi migratori etc. – sia per la vivacità dell’ecosistema dell’innovazione sociale.

Nei vari progetti europei che abbiamo gestito e intercettato (più di 40 dal 2012), almeno uno dei partner è sempre stato italiano, per non contare il numero delle proposte inviate in risposta alle nostre call (più del 25% dall’Italia): una serie di segnali rivelatori, quindi, di un chiaro fermento del contesto italiano che ci sembrava importante approfondire.

Più nello specifico, credo che una differenza sostanziale tra la situazione inglese e quella italiana possa essere questa: nel Regno Unito il Governo ha investito molto per far crescere un ecosistema che interpretasse l’imprenditoria sociale e l’innovazione sociale come un nuovo modo per responsabilizzare maggiormente i cittadini e le comunità (in ottica alla “Big Society”, per dirla in termini ormai desueti). In Italia, d’altro canto, esiste una forte tradizione di cooperazione sociale e impresa sociale, ma anche un grande “movimento dal basso”, estremamente interessante, che probabilmente avrebbe bisogno di punto di riferimento per far scalare e replicare alcune iniziative che funzionano splendidamente a livello locale.


Come hai ben ricordato, in Italia esiste un ecosistema abbastanza maturo di attori – fondazioni, consorzi di cooperative sociali, organizzazioni di terzo settore ecc. – che si muovono sui temi dell’innovazione sociale. Considerando quella che potremmo definire una “filiera dei servizi per lo sviluppo dell’innovazione sociale e dell’impresa sociale”, dove si colloca Nesta?

Nesta Italia è un’organizzazione nuova, ha iniziato il suo percorso senza la presunzione di conoscere già il sistema in cui andrà ad operare. In una prima fase studieremo l’ecosistema.

Se immagino di collocarci in una filiera di servizi, direi nella parte iniziale, che potremmo definire di “sperimentazione”: il nostro obiettivo sarà individuare quelle problematiche che possono essere risolte utilizzando metodologie e strumenti innovativi, sperimentati con successo nell’ultimo decennio a Londra.

Il punto di vista di Nesta è che “Nesta sperimenta, con nuovi metodi, il supporto all’innovazione”. Non solo attraverso l’erogazione ed il crowdfunding, ma anche grazie ad un vasto carnet di metodologie. Da un lato vogliamo individuare quelle problematiche che possono essere risolte seguendo quello che potremmo definire il “metodo Nesta”, dall’altro sperimentare anche l’utilizzo di strumenti e tecnologie emergenti, per valutare come una loro combinazione possa portare a sviluppi nuovi e più efficienti.

Ad esempio, non ci occuperemo della parte di accelerazione o investimento, già implementate splendidamente da altri attori. Ci poniamo a monte, individuando una problematica e le metodologie per risolverla, verificandone l’impatto; da qui in poi, ci si affiderà ad altri per le parti di accelerazione, sviluppo di business model, sostenibilità etc.


Accennavi a soluzioni con l’utilizzo di tecnologie…

Nel 2018 non si può parlare di innovazione sociale ignorando il ruolo che la tecnologia e gli strumenti digitali hanno nella vita di ognuno di noi. Nel periodo trascorso a Nesta ho visto crescere, anno dopo anno, il ruolo della tecnologia nelle progettualità innovative; se nel recente passato potevano esistere progetti con scarso (o nullo) apporto tecnologico, al giorno d’oggi non avviene più. La tecnologia ed il digitale saranno alla base di molti dei progetti di Nesta Italia, anche come incentivo a superare l’eventuale gap tra innovazione tecnologica e innovazione sociale del terzo settore italiano.


Perché proprio Torino – e non Milano, ad esempio – per la sede italiana?

Da qualche anno a Torino c’è molto fermento, grazie ad un ecosistema di attori (fondazioni, università, interlocutori pubblici, partner come SocialFare etc.) molto attenti ai temi sociali e vivaci in termini di ricerca e sviluppo; nella città è già presente, in qualche modo, un’infrastruttura che le può consentire di innovarsi ulteriormente. Con l’avvento di Nesta Italia abbiamo creato una coalizione per formalizzare un movimento di iniziative ad impatto sociale, con l’obiettivo di attrarre altri soggetti che, da un lato, possano sperimentare, dall’altro, imparare da quello che stanno facendo. Inoltre Torino è una città che ha le dimensioni giuste per i tipi di sperimentazione che vogliamo attivare.


Pensando a Nesta Italia in termini di “startup”, quali parametri vi siete dati per valutare nel breve termine il vostro operato e impatto?

Nesta Italia è a tutti gli effetti una startup, anche se è un termine che non amo, preferisco parlare in generale di “nuove imprese”. Partiamo dal presupposto che ho sempre grandi ambizioni: se faccio una cosa, devo scalare. Ma diciamo che questo non è l’obiettivo di Nesta Italia, almeno non nel breve periodo.

Nei prossimi mesi continueremo a studiare l’ecosistema in cui operiamo, individuando i mezzi da utilizzare, se ci sono, per proporre delle soluzioni che possano avere un impatto sulla società. Il nostro obiettivo sarà individuare dei progetti e delle problematiche specifiche sulle quali attivare degli esperimenti che siano presumibilmente di successo, che abbiano un impatto sulla società e che possano essere replicati. Questo è sicuramente un focus: alcune piccole sperimentazioni, di qualità, con impatto, combinate con attività di ricerca-azione. L’altro parametro di successo sarà il livello di contaminazione dell’ecosistema italiano con una visione ed un’esperienza più di stampo internazionale.


Le prossime azioni?

Ci sono almeno una decina di progetti in cantiere su cui stiamo lavorando. Le prime azioni si stanno sviluppando attorno a quattro aree di attività: istruzione, salute e invecchiamento della popolazione, flussi migratori, arte e patrimonio culturale.

Ci stiamo dedicando ad un laboratorio nazionale sull’immigrazione per mettere in rete e sostenere iniziative, per l’integrazione dei migranti, che stanno avendo un impatto a livello locale. Sul fronte istruzione, stiamo procedendo con una mappatura delle competenze digitali richieste dal mondo del lavoro – attraverso la metodologia “machine learning” – per preparare al meglio i giovani. Inoltre stiamo mappando quelle progettualità in ambito sanitario che stanno cambiando l’approccio all’idea di cura: vogliamo individuare dei modelli paralleli all’assistenza sanitaria tradizionale, dal basso, incentrati sulle persone quali protagonisti del proprio percorso di cura, attraverso soluzioni che danno maggiore autonomia grazie alle tecnologie, alla condivisione di dati e al sostegno reciproco.

Le attività ci sono, tuttavia non abbiamo fretta, preferiamo operare con calma piuttosto che “assecondare” il sistema. Inoltre a gennaio ero solo io, mentre ora siamo un gruppo. Quindi proseguiamo con il nostro piano d’azione.


Grazie Marco per la disponibilità e il tempo che ci hai dedicato!


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